lunes, 24 de febrero de 2025

Romeo







Romeo Castellucci, fondatore della compagnia teatrale Socìetas Raffaello Sanzio, riflette sulla sua carriera e sulla sua ricerca artistica, incentrata sulla decostruzione del linguaggio nel teatro occidentale. Il linguaggio, inteso come strumento di coercizione e conflitto, è al centro del suo lavoro, in cui il corpo diventa un veicolo per esplorare le tensioni tra parola e significato. Fin dalle prime opere, come Santa Sofia. Khmer Theatre, Castellucci ha sviluppato un teatro iconoclasta, in cui il linguaggio è visto come un campo di battaglia. Nella sua interpretazione di Giulio Cesare, la retorica viene messa in crisi attraverso la voce alterata di un attore laringectomizzato, rivelando il paradosso tra l’efficacia del discorso e la sua fragilità. La tragedia è un elemento ricorrente nella sua opera, da Orestea fino a Tragedia Endogonidia, un ciclo di spettacoli che esplora la tragedia senza catarsi, evidenziando la crudeltà e la violenza insite nella rappresentazione teatrale. Castellucci vede la violenza come una componente essenziale del teatro, non nel senso spettacolare o hollywoodiano, ma come un’esperienza che destabilizza lo spettatore, costringendolo a confrontarsi con se stesso. Questo approccio emerge in lavori come Bros, dove uomini comuni, trasformati in poliziotti attraverso la divisa, eseguono ordini senza consapevolezza, svelando il potere del controllo sociale e dell’obbedienza cieca. La sua visione del teatro è totale: scenografia, luci, suono e corpo concorrono a creare immagini di forte impatto. Il suono gioca un ruolo cruciale, penetrando direttamente nell’emotività dello spettatore, aggirando la razionalità. L’opera lirica, da Wagner a Feldman, è per Castellucci una naturale estensione di questa ricerca, dove il pubblico è immerso in un flusso sonoro che ne amplifica l’esperienza sensoriale e concettuale.