jueves, 27 de febrero de 2025

Primo Levi




Primo Levi: la memoria e l’identità di un testimone del Novecento. Primo Levi, nato a Torino nel 1919, fu chimico e scrittore, ma soprattutto testimone della Shoah. Laureato in chimica nel 1942, nel 1943 si unì ai partigiani, ma venne catturato e deportato ad Auschwitz nel febbraio 1944. Sopravvissuto grazie alle sue competenze chimiche, fu liberato nel gennaio 1945 dall’Armata Rossa e tornò in Italia dopo un lungo viaggio attraverso l’Europa. L’esperienza nel lager lo segnò profondamente e lo spinse a scrivere Se questo è un uomo (1947), uno dei testi più importanti sulla deportazione nazista, caratterizzato da uno stile asciutto, privo di retorica e di emotività forzata. Negli anni successivi, Levi continuò la sua carriera di chimico, ma la scrittura divenne sempre più centrale. La tregua (1963) racconta il ritorno dalla prigionia, mentre Il sistema periodico (1975) intreccia scienza e autobiografia. I sommersi e i salvati (1986) analizza i meccanismi psicologici della prigionia e il senso di colpa dei sopravvissuti. Levi rifletteva sul significato dell’identità ebraica, che sentì pienamente solo dopo le leggi razziali e la deportazione. Il suo rapporto con la Germania rimase complesso, diviso tra diffidenza e curiosità per il nuovo assetto post-bellico. Nonostante il suo ottimismo di fondo, Levi lottò con la memoria dolorosa del lager. Nel 1987 morì suicida nella sua casa di Torino. Il suo lascito resta un monito alla responsabilità della memoria: "Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario."